(foto di Loretta Manzato)
Poche parole, perchè la solidarietà si annoia e scappa se al concreto si sostituisce la teoria, per dire che in Africa, nello stato del Kenya, esattamente a Watamu (vicino Malindi), un gruppo di giovani e di anziane maestre accoglie e cura in pochi metri quadrati di casa fatta di pietre, senza pavimento e finestre, un centinaio di bambini, la gran parte senza genitori. Senza papà e mamma perchè morti di Aids, o perchè scappati senza i loro figli dalla miseria. Sono stato in questo luogo nell'ottobre del 2006 e senza retorica, o eccessiva descrizione delle emozioni provate, dico che si stringe il cuore, e anche l'anima, quando leggi la gioia negli occhi di piccini e grandi che vivono insieme il tentativo di sopravvivere. I bambini, alcuni già infettati dall'Aids, ti abbracciano e ti cantano "Hakuna matata" (tradotto: "qui non c'è nessun problema"); le maestre e i giovani volontari, invece, quando chiedi loro di che cosa hanno bisogno, ti rispondono che basta 1 dollaro, perchè così possono comprare 10 mattoni. Sì, mattoni e non cibo, perchè loro mangiano poco e si accontentano di una manciata di riso al giorno. Mattoni per continuare a costruire una scuola a fianco all'orfanotrofio. Un cantiere che ho potuto visitare e che "cresce" troppo lentamente... Hanno capito e ti insegnano che alla base della sopravvivenza di tutta l'Africa c'è l'educazione e la crescita culturale di quei bambini; questo per far sì che una volta diventati grandi trovino l'orgoglio per prendersi tutti per mano e ricostruire la loro vita, la loro nazione, il loro continente. L'Africa, ti spiegano, quando parli con chi ci è nato e con coloro che soprattutto ci vivono, non ha bisogno di cibo, ma di un'opportunità che l'Occidente le deve...
L'indirizzo del sito internet e la E-mail qui sotto riportati aprono un contatto diretto con coloro che ho descritto nella mia traccia. La lingua usata è l'inglese, ma sanno leggere l'italiano e quindi in grado di comunicare con noi.
Ora decidi tu se quei 10 mattoni valgono 1 dollaro...
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La prima cosa che mi ha colpito dei più piccoli di loro, quando li ho visti, sono stati i piccoli lividi sulle gambe e le pantofole ai piedi più grandi di alcuni numeri. Certo nei bambini i lividi sono all'ordine del giorno. Anche mio fratello ed io, giocando, spesso ci sbucciavamo le ginocchia o tornavamo a casa con qualche crosta in più. Ma quelli dei bambini di Karlovac non sembrano lividi normali, assomigliano piuttosto a cicatrici dell'anima, a fotogrammi visti che gli occhi non possono più dimenticare. Come la guerra dei Balcani che ha sfiorato i più grandi di loro, lasciando più che un ricordo nitido, incubi dai colori scuri e famiglie spezzate per sempre. Ma è certo che se fai la loro conoscenza, come è capitato a me qualche mese fa, non potrai più dimenticarli. Hanno bisogno di tante cose, nonostante chi governa il Paese ce la sita mettendo tutta per la ricostruzione, per tornare alla normalità dopo tanti anni trascorsi da una guerra che mostra ancora il suo passaggio, soprattutto nell'architettura "violentata" dalle bombe. Per i bimbi dell'orfanotrofio di Karlovac, che i croati chiamano "Domo", la situazione è diversa. Piccoli le cui vite sono state segnate da violenze familiari, da genitori alcolizzati e tossicodipendenti, da miseria e, come detto, per i più grandi dalla guerra che li ha privati dei genitori. E' così che ho incontrato i volontari della Croce Rossa piemontese, come Alessio Mirani, attivo sostenitore della causa croata che più volte ha portato aiuti umanitari a Karlovac, che mi hanno fatto conoscere, dapprima indirettamente, i ragazzi della Domo. Occhi feriti, ma che guardano al futuro ancora con speranza, che quando ti incontrano per la prima volta, puoi essere certo non ti dimenticheranno mai più. E l'ho capito nel mio viaggio a Karlovac, dove con i volontari della Croce Rossa piemontese abbiamo portato generi di prima necessità, giocattoli e soprattutto Nutella. Quella stessa cioccolata che per i nostri bambini è normale vedere sulle tavole, mentre per i piccoli di Karlovac è un privilegio legato agli italiani. Ma manca ancora molto alla gente croata. Non basta l'impegno quotidiano dei volontari della Croce Rossa locale, che si occupano degli anziani privati di tutto, e dei bambini dell'orfanotrofio. E' per questo che con la consorella italiana, in special modo con
Per chi invece volesse contribuire economicamente, può farlo attraverso il conto corrente bancario n° 200004 - CAB 01000 - ABI 01005 (BNL), intestato a Croce Rossa Italiana, indicando come causale “One car for Karlovac's Red Cross".
Tiziana Amodei



